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Il 4 febbraio scorso ho partecipato al convegno “Dai Big Data alla tecnologia positiva. Sicurezza, prevenzione e benessere online”, organizzato da Telefono Azzurro e dal Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano che, per l’occasione, ha presentato i risultati della ricerca condotta assieme a Doxa Kids sull’utilizzo dei social media tra gli adolescenti. Presenti autorevoli ospiti e studenti universitari e delle scuole superiori milanesi. Colgo l’occasione per ringraziare il collega Paolo Lanciani per avermi suggerito questo convegno, che si è rivelato essere portatore di nuovi stimoli e spunti professionali.

La tecnologia ha creato i presupposti per una dimensione relazionale inedita rispetto al passato: una vera e propria rivoluzione che porta con sé aspetti positivi e negativi. I social media hanno accorciato le distanze tra le persone, consentendo loro di trovare amicizie ed informazioni provenienti da tutto il mondo ma allo stesso tempo hanno contribuito alla diffusione del cyberbullismo, sexting, internet gaming disorders e social challenge (di cui hanno parlato Emanuela Confalonieri, Luca Milani e Davide Massaro). 

La presenza di Microsoft e Google è stata occasione di conoscenza ed approfondimento delle loro iniziative messe in campo in ambito education, tutela della privacy e promozione di comportamenti positivi sul web. L’incontro ha aperto la riflessione sul ruolo chiave che le competenze digitali (e la loro acquisizione) avranno nella formazione delle nuove generazioni. Queste competenze sono preziose già adesso per promuovere comportamenti consapevoli sul web in coloro che quotidianamente lo usano, ma lo saranno ancor di più in ambito professionale: in tal senso è tangibile lo sforzo profuso nella realizzazione di opportunità formative in ambito digital da parte di entrambe le organizzazioni.

Michele Colajanni ha ben evidenziato quali siano i rischi connessi all’utilizzo “ingenuo” di servizi digitali e nuove tecnologie. Per affrontarli servono competenze digitali che sviluppino consapevolezza digitale. Solo così potremo arginare il problema. A partire, in primis, dalla consapevolezza della propria dipendenza da smartphone (tutti ne siamo afflitti, alzi la mano chi non lo è!!!). Tuttavia, come ha affermato Giuseppe Riva, l’opportunità di riflettere sulle implicazioni che riguardano l’utilizzo della tecnologia, contribuirà alla definizione di un’esperienza tecnologica positiva per il benessere dell’individuo e della comunità in cui abita.

Prendetevi 5 minuti di tempo per leggere i contributi che seguono, non ne ve pentirete!

Enzo Argante, tra le molteplici iniziative in cui è coinvolto, ha fatto riferimento a Jedi4job, un metacanale audiovideo di informazione e comunicazione che ha l’obiettivo di diffondere conoscenza sui nuovi mondi digital oriented, internazionali, rispettosi dei criteri della sostenibilità economica, ambientale, e sociale.

Claudio Monteverde, (Google – Corporate Communication & Pubblic Affairs Manager area Italia, Grecia e Malta) ha focalizzato il proprio intervento su:

  • i progressi fatti per monitorare il tempo trascorso con i dispositivi digitali;
  • la tutela dei dati personali, che ha spinto le aziende a unificare la gestione dei propri prodotti e servizi così da agevolare il controllo dei protocolli di privacy;
  • i filtri famiglia recentemente ripensati, consentendo un’esperienza sul web più tutelante nei confronti dei minori.

Alla domanda: “cosa dire ai giovani rispetto alla formazione digitale?”, Monteverde ha sostenuto quanto sia importante non seguire le mode o i trend nella scelta di un percorso di studi, focalizzando la  formazione sia su materie scientifiche (informatica, matematica…) che umanistiche (filosofia, arte…), così da ampliare lo sguardo e preparare le nuove generazioni al lavoro del futuro. Per accompagnare le nuove generazioni (ma non solo), Google ha realizzato un percorso formativo gratuitamente fruibile, Google Digital Training, su tematiche come il marketing digitale, la programmazione ed il machine learning. Per approfondimenti consultare il sito.

Barbara Cominelli, (Microsoft Italia – Direttore Marketing & Operations), ha ribadito l’impegno aziendale nel promuovere:

  • il dibattito politico e pubblico sull’utilizzo delle tecnologie emergenti in modo da approfondire la riflessione sulle implicazioni etiche e legate alla privacy che il mondo digitale necessariamente porta con sè;
  • l’alfabetizzazione digitale, avviando molteplici programmi facenti parte di Microsoft Education. Qual è l’obiettivo? Avvicinare le nuove generazioni alle nuove tecnologie, creando in loro interesse affinché non siano soltanto degli utilizzatori ma soggetti attivi nella rivoluzione digitale in corso;
  • il rapporto con l’Università: L’Università Federico II di Napoli e il Politecnico di Bari sono le prime due università a partecipare al progetto pilota di Microsoft e CRUI- Conferenza dei Rettori delle Università Italiane – che prevede l’avvio di laboratori dedicati a Intelligenza Artificiale e Big Data, con l’obiettivo di offrire agli studenti universitari competenze digitali avanzate e prepararli al meglio ad affrontare i lavori del futuro;
  • il superamento del gender gap nei ruoli apicali aziendali: Microsoft ha il 50% della propria leadership al femminile;
  • mix reality: a partire dall’esperienza ludica (XBOX è pur sempre una divisione di Microsoft), l’azienda sta lavorando alla mix reality, data dall’interazione tra realtà e digitale al fine di creare esperienze di realtà aumentata. Il potenziale di questa tecnologia è enorme, soprattutto in ottica education ed aziendale;
  • il Digital Civility Index 2019: è la ricerca che Microsoft conduce sulle attitudini e percezioni degli adolescenti (13-17) e degli adulti (18-74) rispetto all’educazione civica digitale e alla sicurezza online in 22 Paesi, Italia inclusa. Secondo questo studio, l’Italia si posiziona al 9° posto nella classifica, su un totale di 22 Paesi, per l’esposizione ai rischi online. Più nello specifico, il 64,5% degli intervistati dichiara di essere stato vittima diretta o di conoscere almeno un amico o familiare che ha vissuto questo tipo di esperienza, di almeno uno dei tre principali rischi che si corrono online: contatti indesiderati, fake news e bullismo.
Foto tratta da https://news.microsoft.com/it-it/exec/barbara-cominelli/

Michele Colajanni (Dipartimento di Ingegneria “Enzo Ferrari”, Centro di Ricerca Interdipartimentale sulla Sicurezza e la Prevenzione dei Rischi, Università di Modena e Reggio Emilia) ha inaugurato il proprio intervento partendo dal tacito patto che legherebbe utenti finali e società sviluppatrici di servizi digitali: “potrai utilizzare gratuitamente i miei servizi se mi concederai l’utilizzo dei tuoi dati”. Un consenso che viene concesso con estrema facilità da parte di tutti, soprattutto da parte dei giovani che, non sempre, hanno chiare quali possano essere le conseguenze delle proprie scelte.

Cosa spinge le aziende a pagare per accedere ai nostri dati? La conoscenza del mercato è, da sempre, un elemento chiave per le realtà produttive che possono così orientare le strategie aziendali: conoscere i bisogni, gli interessi, le abitudini delle persone consente di profilarle, aprendo la porta a campagne promozionali one-to-one di prodotti o servizi che potrebbero soddisfare le necessità (o  indurne di nuove) del consumatore finale. A partire da queste informazioni (adeguatamente trattate ed analizzate), le aziende possono sviluppare e promuovere prodotti o servizi specifici, magari utilizzando gli stessi canali social dai quali ottengono quelle stesse informazioni. 

Come raccogliere queste informazioni? Servizi come Facebook e Youtube, utilizzati dalle nuove generazioni (ma non solo) consentono di raccogliere moltissime informazioni che vengono poi utilizzate dalle aziende per fini commerciali che, conoscendo i loro interessi, sono in grado di orientarne gli interessi (l’adolescenza è la fase nel ciclo di vita dell’uomo in cui vengono prese l’80% delle scelte chiave (orientamento sessuale, politico, ecc.). 

Una tecnologia, quella dei social, che lavorando sul senso del consenso, contribuisce a creare bolle pericolose attorno alle persone che si ritrovano ad entrare maggiormente in contatto con altre con le quali condividono idee ed opinioni: un’opportunità questa ma anche un rischio perché inibisce il confronto tra punti di vista differenti. Ci si sta disabituando ad argomentare le proprie ragioni e quando ci si ritrova a doverlo fare, si entra facilmente in conflitto con l’Altro: i social, che dovrebbero agevolare il confronto ed il dialogo, stanno diventando il luogo dell’auto-affermazione e della negazione dell’Altro. 

Giuseppe Riva (Facoltà di Psicologia, Università Cattolica del Sacro Cuore) ha posto una domanda molto interessante: in che modo questa trasformazione può essere utile al benessere delle persone? Una risposta a queste domande viene da una disciplina emergente, la Tecnologia Positiva. (TP). È possibile definire la TP come l’utilizzo della tecnologia per modificare le caratteristiche della nostra esperienza personale – strutturandola, aumentandola o sostituendola con ambienti sintetici – al fine di migliorare la qualità della nostra esperienza personale, e aumentare il benessere in individui, organizzazioni e società”. Nello specifico:

  • strutturazione: la tecnologia potrà aiutarci nel dare senso all’esperienza integrando le informazioni di cui disponiamo con altre;
  • aumentazione: la tecnologia consente di incrementare la quantità di informazioni in merito a molteplici aspetti della nostra vita (ad esempio, uno smartwatch è in grado di contare i passi fatti ogni giorno, monitorare il ciclo di sonno ed il battito cardiaco); attraverso la tecnologia potremo allargare la nostra consapevolezza, rivoluzionando il nostro agire e le nostre relazioni interpersonali;
  • sostituzione: sono stati realizzati laboratori di realtà virtuale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, con l’obiettivo di curare alcuni disturbi di natura psicologica. La realtà virtuale consente di ridurre progressivamente le emozioni negative conseguenti all’esposizione di un oggetto o contesto ritenuto nocivo.
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Michael Musetti

Appassionato da sempre di tecnologia ed innovazione sono uno psicologo con un focus su lavoro ed organizzazioni digitali. Mi piace aiutare le persone a tirare fuori il proprio potenziale, attraverso attività di coaching e training individuale o di gruppo, accompagnando le organizzazioni a migliorare la propria performance.

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