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Qualche giorno fa, scorrendo nel feed del mio profilo LinkedIn, mi è apparsa la copertina del libro “Il futuro del lavoro spiegato a mia figlia” scritto da Pino Mercuri (ed. Licosia), l’attuale direttore delle risorse umane di Microsoft Italia.

Spinto dalla curiosità ho letto l’introduzione, curata da Marco Bentivogli, dove afferma che “l’iniziativa d’impresa dovrà essere quindi accompagnata da una rivoluzione nei campi dell’istruzione ma anche della psicologia[1]”. È bastato leggere questo passaggio per scegliere il libro che inaugura il mio ciclo di recensioni editoriali.

Appassionato da sempre di documentari (Superquark in primis), sono un fermo sostenitore del ruolo strategico che la divulgazione scientifica debba giocare affinché le persone possano comprendere le potenzialità e le criticità che la tecnologia porta con sé. Blockchain, intelligenza artificiale, realtà virtuale, chatbot, (per citare alcune delle tematiche attualmente più in voga) non sono parole vuote ma veri e propri universi da esplorare: tutti, dall’imprenditore al cittadino comune, passando per la Pubblica amministrazione, dovrebbero maturare una conoscenza digitale come presupposto per un utilizzo maturo e consapevole delle nuove tecnologie.

Un concetto che vale per tutte le generazioni, da quelle nate in mezzo alla rivoluzione digitale a quelle che si ritrovano, volenti o nolenti, a doverci fare i conti. Sono convinto che siano state queste le principali considerazioni che abbiano spinto l’autore a cimentarsi in quest’impresa: rendere comprensibili e facilmente fruibili concetti in realtà tecnici e complessi!

L’obiettivo? Stimolare nei lettori un approccio aperto ed accogliente verso le novità affinché queste possano essere vissute come vere e proprie opportunità.

Per farlo, Mercuri adotta scelte narrative già viste altrove[2]ma che ben si prestano per l’occasione: è nel dialogo con i propri figli infatti, che l’autore riesce a trovare metafore adatte e suggestive per rendere accessibili concetti anche molto astratti ma che, oggi e domani, faranno parte della loro esistenza. Tra le molte tematiche trattate, ho apprezzato i capitoli dedicati alla diversità, alla formazione, alla robotica, ai millenials e allo smartworking che hanno suscitato in me alcune riflessioni.

La diversità. Condivido con l’autore l’importanza di una società maggiormente inclusiva ed aperta: mi piace l’idea che la tecnologia possa avere un impatto positivo sulla vita delle persone con disabilità o che le aziende del futuro consentiranno a persone di tutte le età, di tutte le fedi religiose e di differenti nazionalità di convivere e collaborare pacificamente e produttivamente[3]. Quali cambiamenti culturali dovranno intervenire nelle organizzazioni per aprire realmente alla diversità? Pensando alla disabilità, l’approccio dovrebbe essere, a mio parere, duplice: da un lato si dovrà intervenire a livello culturale nelle organizzazioni affinché diventino sempre più accoglienti ed inclusive; dall’altro si dovranno predisporre training formativi che permettano al soggetto portatore di disabilità di essere messo nelle condizioni di fornire un valido contributo alle attività dell’azienda. Esistono diverse realtà che cominciano ad interessarsi all’incontro tra il mondo aziendale e il mondo della disabilità: un esempio, attivo per ora nella città di Milano, ma che in realtà opera in tutto il mondo è Specialisterne, azienda che impiega persone con disturbo dello spettro autistico ad alto funzionamento come consulenti, testando nuovi software, programmando e facendo inserimento dati per il settore corporate.

 

La formazione. Come afferma Mercuri, la formazione è un tema irrisolto per molte organizzazioni ma la tecnologia sta offrendo nuove opportunità di crescita personale e professionale: avvalendosi della realtà virtuale e della mixed reality (realtà in grado di potenziare l’apprendimento grazie a visori e lavagne hi-tech) sarà possibile fruire di esperienze formative immersive ed adattabili alle esigenze del momento o del singolo contesto. Tutto questo vi sembra distante da voi? Recentemente ho scoperto che la scuola elementare Kennedy di Bresso (Milano) è stata la prima struttura in Europa ad inaugurare un’aula interamente dedicata alla mixed virtual reality[4]. Immaginate i vostri figli o nipoti che potranno studiare la storia romana ripercorrendo l’attraversata delle Alpi di Annibale! L’apprendimento sarà sempre meno focalizzato sul sapere nozionistico, dando priorità alla crescita della dimensione creativa ed empatica della persona.

La robotica. L’uomo dispone del potere dell’immaginazione, della fantasia, della creatività e dell’empatia mentre la macchina è forte della propria potenza di calcolo, di elaborazione e di problem solving[5]. Queste due realtà vengono troppo spesso percepite come due entità poste in competizione tra loro quando, in realtà, bisognerebbe vederle come due dimensioni destinate a diventare progressivamente complementari. L’innovazione digitale trova, nella dimensione tecnica, la strada per risolvere, semplificare e quindi migliorare la vita delle persone ma è appunto la dimensione umana, con i suoi bisogni e le sue aspirazioni, a dare un senso all’innovazione stessa. Comprendere questo concetto significa liberare energie preziose da compiti ripetitivi, meccanici e faticosi per dedicarle ad attività mentalmente più stimolanti e creative. Siamo pronti per tutto questo? A mio parere non ancora perché riscontro che, al momento attuale, l’innovazione tecnologica venga applicata prioritariamente per tagliare i costi della manodopera non specializzata (soprattutto in quelle mansioni ripetitive che permettono ai robot di eccellere) tralasciando la dimensione di ricerca e sviluppo di nuovi prodotti o servizi, fondati sulle esigenze di una clientela sempre più rinnovata e complessa. Su questo aspetto, la creatività e l’intraprendenza tipiche della cultura italiana potranno giocare un ruolo fondamentale nel nostro futuro.

Millenials ed il lavoro. Sono un millenials anche io e mi rispecchio nelle parole di Mercuri quando afferma che i giovani desiderino un impiego lavorativo con ricadute positive per la propria comunità: lo stipendio è importante ma non è sufficiente per giustificare una scelta lavorativa. Un chiaro esempio è dato dal lavoro nel sociale: gli operatori e gli educatori attivi nel no profit sono spesso sottopagati e a rischio costante di burnout ma ciò che li spinge ad andare avanti è l’idea di contribuire attivamente per creare una società migliore. Il profit è certamente un contesto differente, su questo siamo d’accordo, ma al tempo stesso vedo nelle B-Corporation un esempio in grado di far coesistere una dimensione connessa al business e una dimensione sociale: la loro attività economica mira a creare un impatto positivo sulle persone e sull’ambiente. Come? Lavorando in maniera responsabile, sostenibile, trasparente e perseguendo uno scopo più alto del solo guadagno, interessandosi a tematiche di natura sociale.

Smartworking. Ho sempre guardato con vivo interesse allo smartworking come un’opportunità per creare collaborazioni professionali a distanza e trovare nuovi equilibri tra vita personale e professionale. A tal proposito Mercuri elenca tre criteri chiave che dovrebbero essere presenti in un’organizzazione per poter adottare lo smartworking: una cultura aziendale basata sulla fiducia, la condivisione di obiettivi con verifiche periodiche e l’utilizzo della tecnologia[6]. Ora, se la tecnologia ha offerto strumenti per coordinare e controllare il lavoro a distanza (Google Drive, Microsoft Office ed i programmi di project management ne sono un esempio concreto) è l’elemento fiduciario che stenta a prendere spazio nelle organizzazioni italiane. Come indicato nell’articolo del Sole 24 Ore[7], per accogliere questo nuovo modello organizzativo occorre partire dalla formazione della classe manageriale perché sono i dirigenti a determinare l’approccio lavorativo all’interno di un’azienda e spesso sono gli stessi vertici aziendali a non riconoscerne le potenzialità.

Conclusione
  • La frase che mi ha colpito di più? “La tecnologia esalta la libera scelta, favorisce la capacità delle persone di avere più ampie possibilità[8]”. Sono fermamente convinto che la tecnologia costituirà sempre più un’opportunità per l’autodeterminazione delle persone, ampliando il campo del possibile.
  • Qual è il target a cui ne consiglierei la lettura? Mi sento di consigliarlo alle nuove generazioni (affinché possano comprendere meglio “il presente del lavoro”) e a quelle passate, perché la conoscenza è il miglior antidoto alle “ansie da tecnologia”.
  • Rileggerei questo libro? Ho tutta l’intenzione di farlo nel prossimo futuro, approfondendo la seconda parte del volume in cui l’autore interpella diversi professionisti del settore per raccontare la loro visione rispetto a come potrà svilupparsi il lavoro nel futuro.

Citazioni

  • [1] pag.18
  • [2] 2017, Fernando Savater, Etica per un figlio; 2008, Fernando Savater, Politica per un figlio; 2010, Tahar Ben Jelloun, Il razzismo spiegato a mia figlia
  • [3] pag. 43
  • [4]http://www.openinnovation.regione.lombardia.it/it/b/572/studiare-con-la-realta-virtuale-il-primato-europeo-di-bresso?&
  • [5] pag. 36
  • [6] pag. 33
  • [7]https://www.ilsole24ore.com/art/management/2018-10-26/lo-smart-working-italia-non-cresce-perche-manca-cultura-manageriale-175157.shtml?uuid=AETng8VG
  • [8] pag. 35

 


Michael Musetti

Appassionato da sempre di tecnologia ed innovazione sono uno psicologo con un focus su lavoro ed organizzazioni digitali. Mi piace aiutare le persone a tirare fuori il proprio potenziale, attraverso attività di coaching e training individuale o di gruppo, accompagnando le organizzazioni a migliorare la propria performance.

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