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Le Istituzioni culturali hanno svolto, per tanto tempo, un ruolo fondamentale nella creazione di Cultura per la comunità, attraverso un’attività di ricerca e promozione (conferenze e pubblicazioni) di altissimo livello. Una funzione messa in discussione da tre fattori:

  • Il parziale disinteressamento delle nuove generazioni per tutto ciò che la cultura rappresenta;
  • L’irrigidimento del pensiero posto sempre più in una logica dicotomica e fortemente indirizzato da quelle che sono le opinioni altrui, senza una reale messa in discussione critica della realtà;
  • L’influenza dei social network nell’accesso alle informazioni e al patrimonio culturale, che porta con sé un’iper semplificazione della comunicazione con l’obiettivo di renderla immediata.

L’innovazione tecnologica ha certamente contribuito ad ampliare le possibilità di accesso all’informazione (di cui hanno beneficiato anche le Istituzioni culturali adeguatesi) ma, al tempo stesso, è evidente quanto la creazione di luoghi “digitali e diffusi” abbia messo in discussione il loro ruolo e la loro capacità di interpretare il “sentire della comunità”.

In risposta a ciò, Aici organizza dal 2014 la Conferenza di “Italia è Cultura”, un simposio con cadenza annuale improntato alla creazione di un senso di comunità e condivisione profonda, fatta di tavole rotonde e workshop in cui si discute insieme per trovare soluzioni comuni a partire da tematiche culturali ben delineate. Inoltre, a partire dalla III edizione (Lucca 2016), la partecipazione alle Conferenze è stata allargata anche agli esponenti giovanili delle Istituzioni e Fondazioni.

under35 di Aici
La comunità degli “under35”

Chiamati anche “under35”, hanno costituito un gruppo informale all’interno di un’organizzazione formale, eterogeneo nella sua composizione (giovani con esperienze personali e professionali molto differenti tra loro di età compresa tra i 18 ed i 35 anni) con un mandato chiaro: promuovere lo scambio di opinioni ed il confronto tra la comunità e le Istituzioni culturali. Il confronto, di per sé, può catalizzare nuove connessioni, questo è chiaro, ma è l’ingaggio e l’attivazione delle nuove generazioni che potrà fare la differenza nel rilancio dell’azione e del pensiero delle istituzioni.

In che modo?

I giovani sono portatori di una visione del mondo “smart & digital” che va oltre alla digitalizzazione degli archivi o alle dirette streaming degli eventi; ben vengano queste azioni che testimoniano la volontà delle Istituzioni di orientarsi verso le nuove generazioni ma si può fare di più: non è sufficiente infatti tradurre in digitale concetti e modalità tipiche del mondo “offline”. È necessario adottare una chiave di lettura digitale dei fenomeni sociali, politici e culturali. 

Chi, se non gli under35 che vivono appieno tale rivoluzione, possono accompagnare le Fondazioni in questa trasformazione?

La digital community come strumento utile al superamento del divario digitale “istituzionale”

Ecco quindi l’intuizione emersa e condivisa a Ravello dove si è tenuta l’ultima Conferenza nazionale: individuare uno “spazio esistenziale” che possa da un lato accogliere i giovani già ingaggiati nelle Istituzioni culturali, dall’altro favorire la creazione di “ponti inter-generazionali ed inter-istituzionali” tra coloro che hanno contribuito alla nascita delle Istituzioni ed i nativi digitali. A partire da questi stimoli, è emerso un dibattito interno all’Aici che ha visto impegnati sia i “senior” che gli “under35” attivi: un confronto (non ancora esauritosi) che ha individuato, nelle digital community, quello spazio di confronto e di riflessione.

under35 discutono a Trieste
Perché scegliere una digital community?

Tra le varie tipologie di community possibili, gli under35 si sono trovati concordi nel realizzare una comunità di pratiche digitali. Per Osvaldo Danzi e Giovanni Re, autori del libro “#Community Manager”, le comunità di pratiche o Knowledge Community sono community di persone che “… si riuniscono intorno a una passione, ponendo le esperienze personali a fattore comune con l’obiettivo di amplificare il livello di conoscenza di quello stesso ambito”. Questa tipologia di comunità, a mio parere, ben si adatta per promuovere il confronto intergenerazionale e quindi la contaminazione digitale: in prospettiva, potrebbe attrarre altri giovani interessati alle tematiche culturali che orbitano attualmente fuori dai circuiti istituzionali tradizionali.

Photo by Janko Ferlič on Unsplash
A che punto siamo?

Non voglio dipingere un quadro roseo irrealistico: siamo ben lontani dalla creazione di una digital community: al momento ci si è limitati alla creazione di un gruppo privato su Facebook al quale sono stati aggiunti tutti i partecipanti delle passate Conferenze nazionali. Chiaramente questo non implica l’aver creato una Community, anzi. I processi di sviluppo comunitario richiedono tempo, attenzione, cura ma soprattutto adesione alla mission da parte degli aderenti.

A mio parere, affinché una digital community possa prendere corpo, è opportuno iniziare a lavorare su due aspetti:

  • la produzione di contenuti, cosa che per le Istituzioni culturali non dovrebbe costituire un problema, essendo queste vere e proprie fucine di articoli, pubblicazioni e produzioni artistico-culturali di livello indiscutibile (che dovranno tener di conto delle esigenze imposte dagli strumenti digitali);
  • la partecipazione (funzionale anche al primo aspetto) dei Senior e degli Under 35.  Ho trascorso molto tempo in una Fondazione per cui ho ben in mente quale possa essere la mole degli impegni e delle scadenze a cui far fronte ma ritengo che il networking intergenerazionale e tra istituzioni differenti non possa rimanere confinato alla Conferenza nazionale. Mi auguro che questa possa divenire il luogo ideale dove far “accadere delle cose sviluppate altrove”.
Il community manager

Ci troveremo concordi nell’affermare che la creazione di una digital community non possa prescindere dalla presenza di un community manager. Secondo Danzi e Re, il community manager è “un professionista che accompagna e supporta l’utilizzo delle nuove tecnologie di cloud e i software per il project management, muovendosi con un approccio di progettazione partecipativa e rivolgendo il proprio sguardo verso il futuro delle organizzazioni ed istituzioni”. A mio parere, un ruolo di questo tipo necessita di competenze psicologiche che permettano di:

  • accompagnare il gruppo nella definizione di un’identità e di regole condivise;
  • promuovere iniziative e ricerche capaci di coinvolgere più Istituzioni e/o la Comunità;
  • gestire le inevitabili difese innescate dai processi di contaminazione ed innovazione.
Photo by John Schnobrich on Unsplash

Affermazioni queste che ben si adattano all’Aici dove under35 e Senior potrebbero trarre beneficio da una facilitazione ed accompagnamento nel dialogo reciproco attraverso l’adozione di strategie inclusive e attivanti: ciò consentirebbe di agevolare la reciproca contaminazione, il trasferimento di competenze e la ridefinizione della stessa cultura organizzativa, aprendosi così al futuro. 


Michael Musetti

Appassionato da sempre di tecnologia ed innovazione sono uno psicologo con un focus su lavoro ed organizzazioni digitali. Mi piace aiutare le persone a tirare fuori il proprio potenziale, attraverso attività di coaching e training individuale o di gruppo, accompagnando le organizzazioni a migliorare la propria performance.

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